jump to navigation

Dio esiste? 28 dicembre 2014

Posted by orfeopellicciotta in evoluzione, Filosofia, Pensieri, religione, Riflessioni, Teologia, vita umana.
Tags: , , , , , , ,
add a comment

Per dimostrare l’esistenza di un Dio occorre innanzitutto specificare, nel dettaglio, di quale Dio si tratta?

Sono trascorsi invano molti secoli, nessun filosofo o scienziato è riuscito, finora, a dimostrare l’esistenza del Dio descritto nella Bibbia.

Non vi è mai venuto il dubbio che non si riesce a dimostrare l’esistenza di Dio perché stiamo tentando una strada sbagliata che non potrà mai portare ad una soluzione?

Non avete mai sospettato che cerchiamo qualcosa che non esiste perché il vero Dio è diverso da quello che abbiamo immaginato?

Non dobbiamo cercare il Dio descritto nella Bibbia, perché, come è già stato appurato questo testo non è proprio affidabile al 100%. Cerchiamo, viceversa, un Dio possibile, frutto dei ragionamenti attuali, che sia compatibile con ciò che è stato scoperto dalla scienza negli ultimi anni.

Uomo-e-Dio

Io propongo di cercare un Dio secondo i seguenti criteri:

  1. Dio è fatto di una sostanza diversa dalla materia da noi conosciuta, denominata genericamente “spirituale”. Esso, probabilmente, è costituito di quella sostanza sconosciuta compresa nella materia o energia oscura.
  2. Dio non è onnipotente, non è neanche perfetto e quindi ha avuto bisogno di avviare la creazione per una sua necessità vitale, o per un miglioramento del suo stato fisico o morale.
  3. Non ha creato l’universo, dal nulla, in sette giorni, ma ha solamente avviato un processo di espansione della materia stellare, partendo presumibilmente da un buco nero.
  4. Ha osservato, con pazienza, l’evoluzione dell’universo eseguendo pochissime correzioni di rotta, poiché, Egli ha limitate o nessuna possibilità d’intervento sulla materia fisica.
  5. Per gli eventuali interventi sulla materia si è servito dei propri operai (angeli) fatti parzialmente di materia e sostanza spirituale.
  6. Ha profuso tutta la sua sapienza nella programmazione del DNA della vita vegetale e animale. Ha ingegnerizzato il codice genetico in modo che essa potesse evolversi in modo autonomo nella direzione voluta, senza continui interventi.
  7. E’ intervenuto nel DNA di un animale che ha raggiunto il massimo livello di evoluzione (ominide), in modo che da quel momento, non seguisse più la normale evoluzione, come descritta da C. Darwin. L’Uomo non dove adattarsi all’ambiente, come fan tutti gli esseri viventi, ma dove invece essere in grado di dominare e modificare l’ambiente alle sua necessità.
  8. L’uomo derivato da tale elaborazione è in grado di generare anche la sostanza spirituale in forma intelligente (anima) necessaria a Dio per il suo sconosciuto fine.
  9. L’anima cosi creata si evolverà, sul piano psichico assumendo personalità e sapienza, contemporaneamente all’evoluzione fisica e mentale del corpo umano.
  10. Il corpo si manterrà e crescerà utilizzando le sostanze fisiche, animali e vegetali presenti nella terra e nell’acqua. Contemporaneamente, l’anima si accrescerà assorbendo e elaborando la sostanza spirituale dispersa nell’ambiente.
  11. Dio aiuterà l’uomo, utilizzando indirettamente l’anima, ad assolvere il suo compito, con messaggi, suggerimenti, sogni e visioni.
  12. L’anima dopo la morte del corpo continuerà, in modo autonomo, una sua propria evoluzione nella dimensione spirituale. Questo processo proseguirà per anni, finché non sarà in grado, di collegarsi e unificarsi con tutte le altre anime del passato e del presente, per realizzare il compito necessario alla soddisfazione dell’esigenza di Dio.

Si tratta, quindi, di dimostrare l’esistenza di un Dio con queste siffatte prerogative.

Propongo di puntare alla dimostrazione dei punti che ci sono più vicini dal punto di vista fisico e storico. Forse è sufficiente dimostrare l’esistenza dell’anima, degli angeli, oppure un qualcosa di sostanza oscura all’interno del nostro corpo. Sarebbe bello anche poter ipotizzare la ragione della creazione.

Io ho già un’idea, che avrò cura di farvi conoscere al momento opportuno.

L’origine della vita 14 gennaio 2010

Posted by orfeopellicciotta in archeologia, evoluzione, Filosofia, Pensieri, Riflessioni, vita umana.
Tags: , , , , , ,
3 comments

Charles R. Darwin (1809-1882) nel corso dei suoi numerosi viaggi nelle isole Galapagos ed altri paradisi naturali, studiò le varie forme di specie animali e vegetali, ponendole a confronto, osservando le loro differenze e le similitudini. Il frutto del suo lavoro fu il famoso saggio “L’origine delle specie” che divenne una pietra miliare per la scienza.

Darwin arrivò alla conclusione che la grandissima varietà di specie di esseri viventi era dovuta al processo dell’evoluzione e di adattamento all’ambiente cui, gli animali e le piante, erano costretti a vivere. Evoluzione significa che le varie forme viventi hanno avuto un’origine comune e che poi si sono diversificati per mutazioni occasionali. Gli esemplari più adatti a fronteggiare il loro ambiente, sono stati coloro che hanno avuto maggiori probabilità di accesso al cibo e quindi sopravvivenza, e di conseguenza maggiori possibilità di riprodursi. In conclusione, nel lungo periodo, le specie più adattate all’ambiente si sono moltiplicate a scapito delle altre.

Teniamo in considerazione che l’essere più evoluto non è, in linea generale, più favorito nella sopravvivenza, perché se ciò fosse vero si sarebbero estinte tutte le forme più semplici. Nella pratica possiamo verificare che le specie animali e vegetali più semplici sono anche le più numerose.

Tra una generazione e l’altra ci sono sempre delle piccole mutazioni, a volte marginali come il colore delle piume o della pelle, che non comporta alcun vantaggio rispetto all’ambiente. Altre volte le mutazioni, sono notevoli e possono cambiare le prestazioni e condurre verso la morte, oppure creare un’altra specie con una maggiore possibilità di sopravvivenza.

Il principio dell’evoluzione delle specie si applica perfettamente per tutti i componenti del regno animale. compresi dall’esemplare più semplice, come il batterio, a quello più complesso come lo scimpanzé.

Il passaggio evolutivo tra lo scimpanzé all’uomo presenta numerose eccezioni e dubbi, che lasciano perplessi. Non si è trovato ancora l’anello mancante che dovrebbe rappresentare il momento della biforcazione. Sono in corso molte discussioni religiose-scientifiche. Tratteremo l’argomento in altre occasioni.

In questo articolo vorrei analizzare, invece, il passaggio evolutivo dal nulla, alla prima forma animale o vegetale.

Il batterio è un essere vivente, anche se molto semplice, è in grado di svilupparsi, procurarsi le sostanze necessarie per la nutrizione, adattarsi all’ambiente, e riprodursi in modo tale da garantire la sopravvivenza della propria specie. I batteri sono presenti ovunque, anche nei luoghi dalle temperature estreme, in mezzo agli acidi, tra le sostanze più tossiche e malsane, anche nelle profondità degli oceani.

Il loro DNA è composto di alcune migliaia di geni. Quello dell’Escherichia Coli, per esempio, presente anche nel nostro intestino, ha 4400 geni. Nel momento della riproduzione si possono verificare degli errori nella duplicazione della sequenza genetica. Alcuni geni si possono perdere, modificare parzialmente, acquisirne degli altri posti nelle prossimità. Può risultarne un batterio con caratteristiche molto diverse da quelle del proprio genitore.

(altro…)

Effetto placebo 11 novembre 2009

Posted by orfeopellicciotta in evoluzione, fenomeni paranormali, Filosofia, parapsicologia, Pensieri, psicologia, Riflessioni, vita umana.
Tags: , , , , , , ,
1 comment so far

Il corpo umano non finisce mai di meravigliarci.

L’effetto placebo è un fenomeno molto curioso, conosciuto da secoli, che coinvolge contemporaneamente la psiche e il corpo.

La parola “placebo” (io piacerò) deriva dal verbo latino “placere”. Il placebo è una pseudo-medicina che non contiene alcuna sostanza farmaceutica, ma nonostante ciò, quando è somministrata in certe particolari condizioni, ha gli stessi effetti positivi, come se fosse un vero farmaco.

Le case farmaceutiche, quando devono sperimentare un nuovo farmaco, tengono in stretta considerazione l’effetto placebo, perchè devono discriminarlo dal reale effetto del farmaco. La casa farmaceutica distribuisce il prodotto da sperimentare ad un determinato gruppo di volontari, ad un altro gruppo invece il placebo. Il placebo è confezionato nello stesso modo del prodotto originale, in modo tale che né il paziente, né il dottore che somministra la medicina, è in grado di distinguerli. La società, ovviamente, è in grado di riconoscere i due gruppi di volontari tracciando la distribuzione.

Il placebo non funziona sempre con tutti e vale solamente per una certa categoria di malattie.

Le malattie su cui interviene sono essenzialmente quelle che hanno una base psicosomatica, ossia quelle che notoriamente sono causate da stress psicologici, stati di ansia, angosce, mal di testa, malattie dell’apparato digerente e cardiache. Il dolore in genere, con il placebo, può essere ridotto notevolmente per lunghi periodi. Dalle numerose statistiche effettuate in merito, è emerso che mediamente l’effetto del placebo si presenta su circa il 30-40 % dei pazienti, con punte dell’80% per le malattie strettamente psicosomatiche (es. emicrania).

La suggestione, il pensiero, quindi è in grado di agire sui vari organi dell’organismo. La mente del paziente, quando è fermamente convinto dell’efficacia di una certa medicina, (e in questo caso è anche importane l’approccio e l’autorevolezza del medico), si sintonizza con le cellule dell’organismo, con le varie ghiandole, e crea un ambiente favorevole alla guarigione.

Il placebo, in presenza di una malattia dolorosa, crea le condizioni organiche per la produzione di “endorfina”, una sostanza equivalente alla morfina, che allevia il dolore stesso fino a farlo scomparire per molto tempo. Questo fenomeno è stato confermato, inoculando una sostanza antagonista alla morfina, e verificando che questa ha agito riattivando il dolore.

Ovviamente, non è la sostanza inerte contenuta dentro la pasticca di placebo a compiere la guarigione, bensì il pensiero positivo che scaturisce dalla modalità con cui è somministrato. Quando il paziente presenta un approccio fiducioso verso il medico e la medicina, la guarigione è favorita nei tempi e nei risultati.

Assodato che il pensiero positivo guarisce alcune malattie è anche vero, ed è già dimostrato, che il pensiero negativo (nocebo)  a sua volta favorisce le malattie o ritarda la guarigione. Lo stato di stress abbassa le difese immunitarie e quindi apre una porta d’ingresso ad una gran varietà di batteri e virus.

Sarebbe bello che si approfondissero le ragioni di tali fenomeni, per capire per quale motivo solo una certa percentuale delle persone ha la fortuna di sfruttare questo tipo di guarigione. Come deve essere formato e organizzato questo pensiero per essere efficace? Quale problema hanno gli esclusi per impedire il suo funzionamento? Quale istituzione dovrebbe essere incaricata di approfondire la ricerca in questo campo?

Le case farmaceutiche non hanno interesse a questo tipo di cura perché sarebbe la causa di un’enorme perdita di profitti.

In pratica si tratta di trovare l’armonia fra il corpo, la psiche e l’ambiente che ci circonda. La psiche deve avere la possibilità e la capacità di attivare quelle ghiandole o i geni deputati dalla produzione di specifiche molecole o enzimi variamente complessi. Il paziente, per quanto colto e informato, in realtà non è cosciente di quali sostanze deve produrre, come si chiamano e di cosa sono composte, e non conosce la quantità e modalità corrette per dare il giusto effetto.

Ma l’inconscio lo sa. Sa che deve produrre adrenalina, quando è necessario uno sforzo fisico, sa che deve produrre endorfina, quando deve alleviare il dolore, sa che deve produrre piastrine, quando si è feriti, eccetera. La coscienza si rende conto della necessità, e attiva l’inconscio che a sua volta stimola le cellule preposte a risolvere il problema. Purtroppo ancora non si è scoperto dove sono depositate queste informazioni.

S’intuisce quindi che, per favorire il fenomeno dell’auto-guarigione, è necessario che il pensiero sia molto intenso e prolungato, e contemporaneamente, che anche il collegamento tra coscienza e inconscio sia altrettanto efficace. La concentrazione del pensiero è sotto posta alla volontà dell’individuo, quindi è possibile ottenerla. Il problema maggiore da risolvere è quello di realizzare l’armonia fra il corpo e la psiche, che deve essere compiuta con metodo e cura, iniziando in tempo utile, perché è un processo molto lungo. Molte persone non sanno neanche da quale parte cominciare.

E’ necessario entrare in sintonia con la parte più profonda del nostro cervello, quella che è maggiormente collegata con gli organi del corpo e le sue cellule. In questo modo si potranno percepire meglio le sue esigenze. L’inconscio invia sempre i segnali, gli allarmi, delle sue sofferenze e noi (coscienza) dovremmo essere in grado di ascoltarlo e assecondarlo, per evitare i mali peggiori. Ilo verso della comunicazione è anche in senso contrario ed è quindi possibile, tramite il nostro pensiero, fornire l’energia sufficiente per migliorare la situazione organica.

Sono stati pubblicati moltissimi libri che trattano l’argomento e forniscono utili consigli su come approcciare i problemi della vita in modo da mantenere l’equilibrio mentale, non farsi travolgere dalle preoccupazioni e dai complessi di colpa, e soprattutto essere se stessi.

E’ stata dimostrata l’esistenza di una particolare proteina che provvede a riparare, per quanto è possibile, gli eventuali guasti avvenuti, nella sequenza del DNA, durante la fase di duplicazione. La natura quindi si è armata di sistemi d’auto-guarigione a livello cellulare, ovviamente, non ha trascurato la possibilità di cura anche a livello superiore, come gli organi, o di vari apparati funzionali. Evidentemente ci sono dei casi in cui, per ragioni misteriose, questo processo d’auto-guarigione si blocca, rimane in sospeso o addirittura si atrofizza.

Non possiamo trascurare le particolari guarigioni indotte, anche dalla medicina omeopatica.

La medicina omeopatica si basa sulla somministrazione di una certa sostanza medicinale, di solito d’origine vegetale, che normalmente provoca dei particolari sintomi su gli individui sani. Questa medicina funziona seguendo il principio del “chiodo scaccia chiodo” ossia che un determinato sintomo guarisce il sintomo simile.

(altro…)

La vera storia di Adamo ed Eva 24 febbraio 2009

Posted by orfeopellicciotta in chiesa, Filosofia, Pensieri, religione, Riflessioni, Teologia, vita umana.
Tags: , , , , , ,
49 comments

Il più famoso e discusso brano della Bibbia è certamente quello della Genesi (cap. 2 e 3), relativo ad Adamo ed Eva e alla loro espulsione dal Paradiso Terrestre.

L’interpretazione corrente della Bibbia ci narra dell’episodio della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre come conseguenza di un peccato dei protagonisti perché non hanno rispettato un obbligo di Dio che vietava di mangiare frutti di un determinato albero. Questo peccato ha determinato la loro rovina, ma anche quella di tutti i discendenti.

Dall’interpretazione corrente di questo brano del Vecchio Testamento è anche derivato il dogma del “peccato originale”.

La Bibbia è stata scritta alcune migliaia di anni fa, trascritta e tradotta molte volte nel corso dei secoli. Il testo originale in ebraico era scritto senza vocali, era compito del lettore interpretarlo correttamente e pronunciarlo con le vocali. Dovremmo considerare che il testo originale potrebbe essere stato volutamente o involontariamente alterato, inoltre la terminologia usata era adatta per il popolo dell’epoca.

L’episodio della Genesi non corrisponde ad un fatto realmente accaduto, ma un mito, un’allegoria, una storia che aveva il compito di spiegare, alla gente dell’epoca, i motivi di certe situazioni nel mondo.

Occorreva spiegare, al popolo di allora, il perché delle differenze tra il mondo animale e gli uomini. Perché gli animali avevano il loro cibo sempre a disposizione, senza necessità di coltivarlo e cuocerlo? Perché gli animali non sentivano il freddo o il caldo? Perché sono sempre adatti al clima e all’ambiente in cui vivono? Perché possono bere anche l’acqua non fresca e limpida? Perché non hanno bisogno di una casa e di vestiti? Perché possono partorire senza dolore e senza l’assistenza dell’ostetrica?

Queste erano le domande che il popolo di 3.000 anni fa rivolgeva ai sapienti e ai sacerdoti dell’epoca. La risposta non poteva essere di tipo tecnico-scientifico, nessuna delle due parti aveva le competenze sufficienti. La domanda non è banale, indirettamente chiede di conoscere lo scopo della vita umana.

Da un’osservazione superficiale del funzionamento della Natura, sembrerebbe che gli animali sono favoriti rispetto agli uomini. Sembra che il percorso dell’evoluzione, dalla scimmia all’Homo Sapiens, abbia comportato, in pratica, delle complicazioni per la vita quotidiana dell’uomo. Ciò è contrario a uno dei principi dell’evoluzione, che prevede un continuo miglioramento e adattamento all’ambiente circostante.

La storia della Genesi è presentata come un’allegoria per essere compresa come un messaggio inconscio. Per l’uomo moderno tale tipo di descrizione può apparire un po’ puerile o addirittura banale. Anzi ci sembra ingiusta. L’errore è nel testo della Bibbia o nella nostra interpretazione?

In fondo all’articolo sono riportati, per comodità, i capitoli 2 e 3 della Genesi della Bibbia che riguardano appunto Adamo ed Eva.

Adamo ed Eva

Adamo ed Eva

In base a questi passi della Bibbia, i credenti  ritengono che la presenza del male, della morte e delle sofferenze nel mondo, siano la conseguenza del peccato originale. Dio nella sua infinità bontà ci aveva creato un mondo ideale ma Adamo ed Eva, disobbedendo alla sua disposizione, aveva causato la sua ira e la conseguente punizione. L’interpretazione tradizionale è che i nostri progenitori hanno commesso un peccato di superbia perché, mangiando i frutti dell’albero del Bene e del Male, hanno avuto la presunzione di diventare come Dio.

Questa terribile condanna, che si tramanda alle generazioni successive, anche se ignare e innocenti, sembra ingiusta ed eccessiva. Mi stupisce, soprattutto, che questa condanna sia inflitta da un Dio onnisciente, misericordioso e di somma benevolenza. Nonostante Gesù Cristo, nel Vangelo, ci abbia insegnato che il Perdono è una virtù fondamentale, in questo caso Dio è stato impietoso e molto severo contro una coppia che, vista la giovane età ed esperienza effettiva, possiamo considerare sprovveduta.

(altro…)

Aborto 15 gennaio 2009

Posted by orfeopellicciotta in chiesa, diritti umani, eutanasia, Filosofia, Pensieri, religione, Riflessioni, Teologia, vita umana.
Tags: , , , , , ,
2 comments

L’aborto è un omicidio o un atto terapeutico?

L’aborto per definizione è l’interruzione prematura della gravidanza, con la conseguente morte del feto. Esso può avere cause naturali, provocato da una malattia o da un trauma, ma in certi casi è premeditato.

Quest’ultimo caso, a prescindere dalle motivazioni che lo hanno determinato, è molto criticato, per alcuni è considerato un vero e proprio omicidio.

Le motivazioni che inducono una donna a compiere un’azione del genere sono solitamente molto gravi, anche drammatiche. Ci sono casi in cui il feto è il risultato di uno stupro di cui si vogliono cancellare i ricordi. In altri casi le condizioni economiche o sociali non permettono di mantenere il futuro bambino, oppure la madre è troppo giovane o addirittura adolescente. Un caso abbastanza comune è quello in cui il feto presenta delle alterazioni genetiche talmente gravi che potrebbero renderlo infelice e sofferente per tutta la vita.

In altre occasioni la motivazione dell’aborto, un po’ banale, è perché la maternità potrebbe compromettere la carriera lavorativa.

La questione si può riassumere con la seguente domanda:

E’ giusto procurare la morte a un feto in evoluzione per uno dei motivi elencati in precedenza?

Quanto vale la vita del feto rispetto al valore del benessere della madre, della famiglia o della società che lo deve accogliere?

Per un credente la vita è sacra, perché dotata dell’anima, quindi il suo valore è infinito e non può essere mai soppressa, in nessuna occasione, in nessun caso.

Per i laici, il valore della vita è quantificabile, quindi si può stabilire quando e quanto una vita è più importante dell’altra.

Da ciò si deduce che sono necessarie due risposte diverse, secondo l’interlocutore che si ha di fronte.

Le due risposte saranno diverse solamente nelle argomentazioni e nella forma ma, nella sostanza, convergono nella stessa direzione, perché la verità e la giustizia è una sola.

Per convergere, ovviamente è necessario che l’interlocutore sia disponibile ad ascoltare, che non rimanga fermo ai propri pregiudizi e alle filosofie pre-costituite non supportate dalla logica e dalle esperienze.

La mia risposta ai credenti è ampliamente trattata nel libro “Dio dell’Universo”, nei capitoli che riguardano l’anima.

Feto

Fortunatamente nel corso dei secoli, a seguito dell’evoluzione economica e sociale, il valore della vita e della dignità umana è aumentato considerevolmente. Fino a pochi anni fa la pena di morte era applicata ufficialmente nella maggioranza dei paesi. Nel 1700 la schiavitù era ancora ammessa in alcuni stati considerati civili. Durante le guerre del secolo scorso la vita dei soldati era considerata spendibile, e al termine delle battaglie i morti si contavano tranquillamente a migliaia.

Fortunatamente l’evoluzione sociale ha permesso di acquisire il grande valore dell’uomo, come individuo. Un tempo si era rassegnati davanti alla morte e alla malattia, si poteva tollerare e giustificare qualche aborto, ma ora dobbiamo considerare il problema con un’altra ottica e cercare le soluzioni che un tempo non erano impossibili.

Lo sviluppo della scienza, in particolare la medicina, delle istituzioni economiche e sociali permette di raggiungere un certo benessere e allungare le aspettative di vita. La scienza mette a disposizioni delle opportunità per migliorare la qualità della vita rispetto a ciò che consente la semplice vita naturale.

La società ha l’obbligo di evolversi e di migliorarsi continuamente, perciò per mantenere il livello raggiunto e per garantirsi tale prerogativa può essere necessario obbligare i cittadini ad un comportamento (igiene, educazione, qualità) che in altre nazioni potrebbe essere considerato inconcepibile.

Nei paesi poveri, non ancora civilizzati, dove la medicina non ha raggiunto i progressi delle nazioni occidentali, i dottori sono costretti a “lasciar morire” i loro pazienti più gravi. Viceversa il medico di una clinica moderna deve usare tutte le tecniche, che il progresso e lo Stato gli consentono, per aiutare il paziente a superare la fase critica e ritornare alla vita quotidiana per proseguire la propria evoluzione sociale, economica e sentimentale.

La scienza e la civiltà ci consentono di svincolarci, parzialmente, dalle necessità puramente materiali della sopravvivenza cui la natura ci obbliga, e di conseguenza consentono di evolverci dal punto di vista sociale e intellettuale. Lo scopo della vita sulla Terra non è semplicemente quello di vivere o sopravvivere più a lungo possibile, ma quello di acquisire coscienza e conoscenza, sia individuale sia collettiva.

Il divertimento e il godimento non sono lo scopo della vita, ma delle parentesi piacevoli che compensano gli eventuali e inevitabili giorni tristi e dolorosi, che aiutano a proseguire nel percorso quotidiano.

Il valore della nostra vita è proporzionale a quanto siamo in grado di evolverci e migliorare. Il riscontro non deve considerare solamente quanto stiamo realizzando in questo momento, ma anche a quanto potremmo realizzare in un prossimo futuro. La persona più umile e ignorante, che sta educando un bambino che in futuro diventerà uno scienziato, sta in realtà compiendo un grande servizio all’umanità ed è quindi molto apprezzabile.

I nostri pensieri, le decisioni importanti devono essere proiettate verso il futuro. Lo studio del passato è utile solo dal punto di vista accademico, per non ripetere gli stessi errori, ma non può essere cambiato. Anche sul presente non si riesce ad intervenire. Possiamo agire solo sul futuro. Le azioni di oggi devono essere orientate per il futuro, devono essere lungimiranti.

Quando devi giudicare una persona, devi giudicare il suo possibile futuro e quali saranno i suoi rapporti con la società e quanto sarà utile o dannoso agli altri. Il male che eventualmente ha arrecato a te o gli altri è ormai passato e non puoi più modificarlo. Puoi intervenire solo sulle conseguenze future.

Dovrai essere disponibile a perdonare il passato, ma dovrai essere esigente per il futuro.

Quando è in repentaglio la vita di un feto, un bambino, una persona adulta o di un vecchio, la società moderna ed evoluta deve fare quanto è possibile per risolvere il problema, tenendo nella giusta considerazione la qualità e la quantità di futuro su cui si va ad intervenire.

Poiché il feto non è in grado di parlare e difendersi in sede processuale, desidero prendere le sue parti.

La legge attuale considera il feto sotto una certa età, quando i suoi organi non sono ancora ben formati, come un semplice ammasso di cellule senza intelligenza e sensibilità. Il feto in questo stato non è considerato una persona, e quindi non è degno dei diritti che solitamente si concedono agli esseri umani.

Giudicare una persona, ed eventualmente condannarla a morte, solamente in base a quello che è in quel determinato momento non è affatto giusto. Occorre considerare anche quello che potrebbe essere in futuro, ciò che potrebbe diventare. Un feto davanti a sé ha delle grandi prospettive, ha davanti a sé tutta una vita da trascorrere e grandi possibilità, ha quindi un grande valore sociale.

Per rendersi conto della gravità di tale giudizio, pensate alla vostra reazione quando qualcuno volesse sopprimervi perché in un determinato giorno, in seguito ad un incidente o una malattia temporanea, non foste più utile alla società o addirittura considerati un peso. La vostra difesa si baserebbe sul fatto che dopo la guarigione sareste di nuovo efficiente e grande lavoratore.

Perché per il feto ci assumiamo questa responsabilità, questa decisione irreparabile e definitiva? Perché il futuro bambino è considerato una proprietà della madre e non un componente della società?

Ovviamente, se il neonato è parte della società, è questa, con le proprie istituzioni, che deve farsene carico, quando la madre non ha la possibilità di assolvere i propri doveri.

Tornando ai vari casi di aborto, la madre non deve essere costretta a sopprimere il feto, quando ci sono delle coppie sterili che potrebbero prendersi cura del nascituro ed adottarlo.

Da una parte abbiamo una donna disperata, sola, senza soldi, e con un figlio di troppo.

Dall’altro lato ci sono coppie senza figli e con molte disponibilità economiche.

Per risolvere molti dei problemi relativi ai casi di aborto basterebbe creare un’istituzione che faccia incontrare le parti in causa e consentire che si possano aiutare reciprocamente.

Il feto, colpito da una grave malattia genetica o che presenta delle gravi malformazioni, ha una vita futura molto limitata e di bassa qualità. In questo caso l’interruzione della gravidanza è un atto di pietà, è un modo di evitare una vita di inutili sacrifici e sofferenze. 

Leggi anche il precedente articolo:  Eutanasia

 Non sono in grado di dare un consiglio per quei casi in cui l’aborto è motivato da esigenze di carriera o altre ragioni particolari.

_________________________________________________________