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Ho veramente il libero arbitrio? 9 dicembre 2017

Posted by orfeopellicciotta in Filosofia, libertà, Pensieri, psicologia, religione, Riflessioni, vita umana.
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Nell’enciclopedia Treccani il libero arbitrio è definita come la capacità di scegliere liberamente, nell’operare e nel giudicare“.

Apparentemente sembra che effettivamente possiamo tutti definirci liberi, ma in realtà le cose non sono come sembra.

Nei testi della nostra religione è dichiarato che ciò che distingue l’uomo dall’animale è proprio la facoltà del libero arbitrio. Infatti l’animale segue solamente i suoi istinti, le proprie necessità fisiologiche. Anche se dimostra una certa intelligenza, e strategia, quando caccia le prede, esso comunque è solamente motivato dalla fame e dalla necessità di cibare i propri cuccioli.

Ma se osserviamo  con attenzione anche la nostra vita umana è nella maggior parte del tempo sottoposta alle necessità fisiologiche (fame, sete, sonno, riposo, sesso, ecc). D’altra parte la nostra origine è animale, e quindi per la maggior parte della giornata, la nostra mente è occupata a lavorare per la sopravvivenza propria e della famiglia. Il lavoro, anche quello più ambito, è scaturito dalla necessità di procurarsi il denaro per acquistare generi di prima necessità.

Anche la  meritata vacanza è una necessità per consentire alla mente di distrarsi.

La mattina mi sveglio dopo avere impegnato la prima della giornata (circa otto ore) per dormire. Dopodiché faccio colazione, ed anche questa è una necessità fisiologica. Posso scegliere se bere il latte, il cappuccino o semplicemente il caffè. Ma questa possibilità di scelta non è libero arbitrio, è solamente la necessita di cambiare il gusto dei cibi e diversificare la dieta. Anche gli uccelli mangiano il grano o il mais secondo come gli aggrada o come disponibile.

Mi lavo, mi rado la barba. Anche queste sono necessità che rimangano tali anche se posso scegliere tra la lametta o il rasoio elettrico.

Posso recarmi al lavoro con l’auto, l’autobus o a piedi. Ma questa possibilità di scelta non dipende dal libero arbitrio, ma solamente dalla distanza della destinazione, dal tempo meteorologico, e dalle mie condizioni fisiche.

Il tempo trascorso in ufficio o in fabbrica, svolgendo un lavoro insoddisfacente, ubbidendo alle regole aziendali e ai capricci del dirigente, per uno stipendio appena sufficiente per vivere, è più vicino alla schiavitù che al libero arbitrio.

Ovviamente anche il viaggio di ritorno a casa è una necessità e non una libera scelta.

Una parte del pomeriggio è dedicato alla spesa alimentare o di abbigliamento. Oppure visite mediche o pratiche burocratiche.

Finalmente a casa. Anche qui le incombenze non mancano. Lavo, stiro, cucino, spolvero, accudisco i bambini, riparo il lavandino.

Cena. Anche questa è una necessità, a prescindere da cosa ho scelto di cucinare o mangiare.

Ecco adesso finalmente posso scegliere liberamente il programma televisivo. Ma anche qui la scelta non è proprio massima, perché è limitata dalla programmazione offerta e dalla condivisione con gli altri membri della famiglia. Devo comunque sopportare la pubblicità che viene propinata.

La giornata finisce tornando al letto e continuare il percorso della vita.

Ma allora non esiste il libero arbitrio? No, non dico questo, è solamente molto limitato. Purtroppo c’è qualcuno che non lo ha mai praticato.

Quali sono i casi in cui abbiamo il libero arbitrio?

La libertà di fare una certa azione è preceduta dalla possibilità di volere fare proprio quella cosa.

Ma per volere qualcosa bisogna prima desiderare.

Per desiderare qualcosa devi sentirne la mancanza.

La cultura corrente, gli usi e i costumi praticati nell’ambiente in cui vivi, la pubblicità, ti condizionano i desideri. Quindi finisci per volere, e fare qualcosa che non viene da dentro di te, ma da un desiderio che ti è stata indotto. Alcune persone che vivono in certi ambienti desiderano ardentemente una Ferrari ma, per me che vivo in un altro contesto, la cosa non mi suscita alcuna bramosia.

Può capitare che desideri veramente qualcosa, hai la volontà per pensarlo, ma ti rendi conto che non hai la possibilità pratica, perché ti mancano i mezzi finanziari o la forza fisica. Quindi il processo si interrompe e dopo ti rassegni alla situazione e smetti addirittura di desiderare.

Nelle poche ore rimaste libere posso finalmente qualcosa per esprimere il libero arbitrio. Ma andare al cinema, il palestra, in piscina o a tennis, non è segno di libertà è solamente un proprio divertimento, fine a se stesso. Può essere considerato una forma di scarica dello stress accumulato nella giornata.  Non cambia nulla nel mondo.

Durante il lavoro, in realtà, posso manifestare il mio libero arbitrio. La parte di lavoro di mia competenza, la posso svolgere seguendo meticolosamente le regole aziendali, così come mi viene richiesto, oppure fare qualcosa di meglio aggiungendo impegno e un’attenzione particolare. Questo è una libera scelta. Posso viceversa fare volutamente una cosa peggiore, un danno. Anche questa è una libera scelta.

Gli animali non hanno il libero arbitrio quando seguono il loro istinto. Gli uomini non hanno il libero arbitrio quando seguono gli istinti e quando seguono le leggi e le regole della società. Si manifesta il libero arbitrio quando si desidera, si vuole e si compie qualcosa, di non richiesto, che migliora il benessere della società, oppure viceversa qualcosa, contro le regole, che danneggia qualcosa o qualcuno.

Il Libero Arbitrio è quindi la possibilità che ha l’uomo di scegliere tra il bene e il male.

Tu da che parte sei?

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La sera quando stai per addormentarti pensa a come hai trascorso la giornata.

Hai manifestato qualche azione che possa dimostrare che sei stato un “UOMO” (nel senso umano). Oppure ti sei comportato per tutto il giorno come un animale?

Se la risposta è si ti devi chiedere anche, da quale parte ti sei posto, dalla parte del bene o del male?

 

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Effetto placebo 11 novembre 2009

Posted by orfeopellicciotta in evoluzione, fenomeni paranormali, Filosofia, parapsicologia, Pensieri, psicologia, Riflessioni, vita umana.
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Il corpo umano non finisce mai di meravigliarci.

L’effetto placebo è un fenomeno molto curioso, conosciuto da secoli, che coinvolge contemporaneamente la psiche e il corpo.

La parola “placebo” (io piacerò) deriva dal verbo latino “placere”. Il placebo è una pseudo-medicina che non contiene alcuna sostanza farmaceutica, ma nonostante ciò, quando è somministrata in certe particolari condizioni, ha gli stessi effetti positivi, come se fosse un vero farmaco.

Le case farmaceutiche, quando devono sperimentare un nuovo farmaco, tengono in stretta considerazione l’effetto placebo, perchè devono discriminarlo dal reale effetto del farmaco. La casa farmaceutica distribuisce il prodotto da sperimentare ad un determinato gruppo di volontari, ad un altro gruppo invece il placebo. Il placebo è confezionato nello stesso modo del prodotto originale, in modo tale che né il paziente, né il dottore che somministra la medicina, è in grado di distinguerli. La società, ovviamente, è in grado di riconoscere i due gruppi di volontari tracciando la distribuzione.

Il placebo non funziona sempre con tutti e vale solamente per una certa categoria di malattie.

Le malattie su cui interviene sono essenzialmente quelle che hanno una base psicosomatica, ossia quelle che notoriamente sono causate da stress psicologici, stati di ansia, angosce, mal di testa, malattie dell’apparato digerente e cardiache. Il dolore in genere, con il placebo, può essere ridotto notevolmente per lunghi periodi. Dalle numerose statistiche effettuate in merito, è emerso che mediamente l’effetto del placebo si presenta su circa il 30-40 % dei pazienti, con punte dell’80% per le malattie strettamente psicosomatiche (es. emicrania).

La suggestione, il pensiero, quindi è in grado di agire sui vari organi dell’organismo. La mente del paziente, quando è fermamente convinto dell’efficacia di una certa medicina, (e in questo caso è anche importane l’approccio e l’autorevolezza del medico), si sintonizza con le cellule dell’organismo, con le varie ghiandole, e crea un ambiente favorevole alla guarigione.

Il placebo, in presenza di una malattia dolorosa, crea le condizioni organiche per la produzione di “endorfina”, una sostanza equivalente alla morfina, che allevia il dolore stesso fino a farlo scomparire per molto tempo. Questo fenomeno è stato confermato, inoculando una sostanza antagonista alla morfina, e verificando che questa ha agito riattivando il dolore.

Ovviamente, non è la sostanza inerte contenuta dentro la pasticca di placebo a compiere la guarigione, bensì il pensiero positivo che scaturisce dalla modalità con cui è somministrato. Quando il paziente presenta un approccio fiducioso verso il medico e la medicina, la guarigione è favorita nei tempi e nei risultati.

Assodato che il pensiero positivo guarisce alcune malattie è anche vero, ed è già dimostrato, che il pensiero negativo (nocebo)  a sua volta favorisce le malattie o ritarda la guarigione. Lo stato di stress abbassa le difese immunitarie e quindi apre una porta d’ingresso ad una gran varietà di batteri e virus.

Sarebbe bello che si approfondissero le ragioni di tali fenomeni, per capire per quale motivo solo una certa percentuale delle persone ha la fortuna di sfruttare questo tipo di guarigione. Come deve essere formato e organizzato questo pensiero per essere efficace? Quale problema hanno gli esclusi per impedire il suo funzionamento? Quale istituzione dovrebbe essere incaricata di approfondire la ricerca in questo campo?

Le case farmaceutiche non hanno interesse a questo tipo di cura perché sarebbe la causa di un’enorme perdita di profitti.

In pratica si tratta di trovare l’armonia fra il corpo, la psiche e l’ambiente che ci circonda. La psiche deve avere la possibilità e la capacità di attivare quelle ghiandole o i geni deputati dalla produzione di specifiche molecole o enzimi variamente complessi. Il paziente, per quanto colto e informato, in realtà non è cosciente di quali sostanze deve produrre, come si chiamano e di cosa sono composte, e non conosce la quantità e modalità corrette per dare il giusto effetto.

Ma l’inconscio lo sa. Sa che deve produrre adrenalina, quando è necessario uno sforzo fisico, sa che deve produrre endorfina, quando deve alleviare il dolore, sa che deve produrre piastrine, quando si è feriti, eccetera. La coscienza si rende conto della necessità, e attiva l’inconscio che a sua volta stimola le cellule preposte a risolvere il problema. Purtroppo ancora non si è scoperto dove sono depositate queste informazioni.

S’intuisce quindi che, per favorire il fenomeno dell’auto-guarigione, è necessario che il pensiero sia molto intenso e prolungato, e contemporaneamente, che anche il collegamento tra coscienza e inconscio sia altrettanto efficace. La concentrazione del pensiero è sotto posta alla volontà dell’individuo, quindi è possibile ottenerla. Il problema maggiore da risolvere è quello di realizzare l’armonia fra il corpo e la psiche, che deve essere compiuta con metodo e cura, iniziando in tempo utile, perché è un processo molto lungo. Molte persone non sanno neanche da quale parte cominciare.

E’ necessario entrare in sintonia con la parte più profonda del nostro cervello, quella che è maggiormente collegata con gli organi del corpo e le sue cellule. In questo modo si potranno percepire meglio le sue esigenze. L’inconscio invia sempre i segnali, gli allarmi, delle sue sofferenze e noi (coscienza) dovremmo essere in grado di ascoltarlo e assecondarlo, per evitare i mali peggiori. Ilo verso della comunicazione è anche in senso contrario ed è quindi possibile, tramite il nostro pensiero, fornire l’energia sufficiente per migliorare la situazione organica.

Sono stati pubblicati moltissimi libri che trattano l’argomento e forniscono utili consigli su come approcciare i problemi della vita in modo da mantenere l’equilibrio mentale, non farsi travolgere dalle preoccupazioni e dai complessi di colpa, e soprattutto essere se stessi.

E’ stata dimostrata l’esistenza di una particolare proteina che provvede a riparare, per quanto è possibile, gli eventuali guasti avvenuti, nella sequenza del DNA, durante la fase di duplicazione. La natura quindi si è armata di sistemi d’auto-guarigione a livello cellulare, ovviamente, non ha trascurato la possibilità di cura anche a livello superiore, come gli organi, o di vari apparati funzionali. Evidentemente ci sono dei casi in cui, per ragioni misteriose, questo processo d’auto-guarigione si blocca, rimane in sospeso o addirittura si atrofizza.

Non possiamo trascurare le particolari guarigioni indotte, anche dalla medicina omeopatica.

La medicina omeopatica si basa sulla somministrazione di una certa sostanza medicinale, di solito d’origine vegetale, che normalmente provoca dei particolari sintomi su gli individui sani. Questa medicina funziona seguendo il principio del “chiodo scaccia chiodo” ossia che un determinato sintomo guarisce il sintomo simile.

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Il mistero del miracolo 29 maggio 2009

Posted by orfeopellicciotta in chiesa, evoluzione, fenomeni paranormali, Filosofia, paranormale, parapsicologia, Pensieri, psicologia, religione, Riflessioni, Teologia, vita umana.
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Il giornale “Il Tempo  edizione di Frosinone” ha diffuso  la notizia di un miracolo, verificatosi il 27 aprile, a Lourdes. Una signora di Ripi, nei pressi di Frosinone, ha dichiarato di essere guarita dalla sclerosi multipla, che l’affiggeva da circa venti anni, subito dopo essere uscita dalla piscina della grotta di Massabielle.

La signora, dopo aver abbandonato le stampelle, ha denunciato l’accaduto alla commissione di controllo (Bureau Medical di Lourdes) e implicitamente ha accettato di sottoporsi a tutti i controlli sanitari, psicologici e la verifica delle testimonianze, che il protocollo prevede.

Il protocollo stabilisce che un evento prodigioso può essere definito un miracolo solamente quando la guarigione di una grave malattia (inguaribile in modo spontaneo o farmacologico) è stata istantanea, completa e duratura. Ovviamente dovranno essere anche rese disponibili tutte le cartelle cliniche, gli esami medici e le testimonianze che possono dimostrare lo stato e la gravità della malattia prima del fenomeno prodigioso. Attendiamo un’eventuale conferma.

Fino ad ora, i casi miracolosi accertati dalla commissione francese sono circa una sessantina. Non sappiamo quanti fedeli sono guariti da malattia non grave perché questo non è preso in considerazione. Non sappiamo quante persone sono guarite e sono ripartite per la propria casa senza rendere pubblico l’evento. Certamente i miracoli sono, in realtà, molto più numerosi di quanto è reso ufficialmente noto.

Secondo il mio modesto parere, anche in questo caso, come il solito, non importa la quantità dei fenomeni miracolosi, ma la loro qualità.

Per me è sufficiente un solo e unico caso, accertato, dimostrato vero, per scrivere in questo blog e condividere alcune riflessioni che possono interessare gli eventuali lettori.

Una guarigione può verificarsi come conseguenza di due possibili cause: un evento generato autonomamente dall’interno del corpo oppure proveniente da una sorgente esterna.

I casi interni contemplano la suggestione, la vita tranquilla e rilassata. La psiche quindi permette e facilita la guarigione (vedi effetto placebo), anche se invece, spesso, se opera con effetto negativo è la causa di molte malattie psicosomatiche.

Dobbiamo quindi chiederci se è possibile che l’atmosfera mistica del santuario di Lourdes, fatta di canti, preghiere, candele, fiori, statue della Madonna, possa aver creato una suggestione tale da ripristinare le cellule dei muscoli e degli organi malati. Guarigione che, in precedenza, non è stata possibile con l’intervento di medicine e terapie per molti anni.

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Essere se stessi 8 maggio 2009

Posted by orfeopellicciotta in diritti umani, evoluzione, Filosofia, Pensieri, psicologia, Riflessioni, vita umana.
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La vita umana ha un gran valore, è assodato. Ogni persona svolge un certo ruolo nella comunità e questo fornisce anche uno scopo alla vita umana. L’intera umanità, nel suo insieme, ha poi un altro grande scopo da realizzare, ma questo è un argomento che dovrebbe essere approfondito in altra occasione.

Qualunque sia lo scopo della vita dobbiamo cercare di vivere al meglio.

Le cause che impediscono di essere felice sono molto numerose e possono essere divise in tre grandi categorie: cause dovute ad eventi imponderabili o naturali, quelle prodotte dalla volontà altrui, quelle determinate dalla nostra stessa volontà.

Contrariamente a quanto si crede d’infelicità causata dal nostro stesso comportamento è abbastanza rilevante e solamente su questo fronte possiamo intervenire con una certa speranza di ottenere un buon risultato.

La felicità, la serenità è una sensazione totalmente personale. Ognuno è felice a modo proprio.

Non esiste quindi un modo per essere felice, valido per tutti, ma il criterio dovrà essere personalizzato. Si rende quindi necessario conoscere se stesso per capire come trovare la propria felicità. Dopo essersi conosciuti è anche importante vivere in armonia con se stessi.

Tutti sono convinti che sia ovvio che una persona debba essere se stessa, anzi si ritiene che non sia necessaria nessuna volontà specifica per esserlo, che sia tutto perfettamente naturale.

La mia osservazione dei problemi adolescenziali dei nostri figli, delle nevrosi degli amici o parenti, mi fa invece pensare che sono pochi coloro che effettivamente riescono ad essere se stessi e si comportano come tali.

Il funzionamento della natura si basa sulla diversità biologica. Ogni essere vivente è diverso dall’altro, perfino due gemelli monozigotici che apparentemente sembrano identici, in realtà hanno delle piccole differenze, come nelle impronte digitali o qualche neo sulla pelle. L’evoluzione della natura è stata resa possibile proprio dalla diversità, perché ha consentito di creare una moltitudine di combinazioni diverse, e tra queste quelle favorevoli al progresso.

Dimentichiamoci che siamo tutti uguali, con uguali diritti, uguali doveri, siamo invece tutti diversi. Il futuro di ciascuno di noi sarà diverso da quello del nostro fratello o sorella, oppure dal più caro amico o compagno.

Essere se stessi

Un differente patrimonio genetico determinerà un diverso carattere psicologico e anche un distinto percorso di salute. Diversi caratteri comportano differenti reazioni alle stesse situazioni ambientali e alle relazioni personali, quindi percorsi di vita anche molto diversi.

L’esperienza comune evidenzia come, quasi in tutti i casi, due fratelli nonostante siano vissuti nello stesso ambiente ed avendo avuto un patrimonio genetico molto simile hanno in pratica due caratteri diversi e di conseguenze due diverse vite.

Stando così le cose è inutile osservare gli altri, per conoscere il proprio futuro, ma dobbiamo studiare noi stessi, e scendere in profondità, più a fondo possibile, senza lasciarsi influenzare dai consigli degli altri.

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La felicità 17 dicembre 2008

Posted by orfeopellicciotta in diritti umani, evoluzione, Filosofia, Pensieri, psicologia, Riflessioni, Uncategorized, vita umana.
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Che cos’è la felicità?  La felicità è un sentimento relativo, molto personale. Ognuno ha il suo valore di felicità e lo percepisce in modo diverso. Una persona povera può ottenere un giorno di felicità quando riesce a mangiare un pranzo abbondante e appetitoso. Viceversa per un ricco manager, un buon pranzo è un valore già acquisito e assodato e la felicità è raggiunta solo quando ottiene qualcosa che ancora manca, come la firma di un contratto milionario.

Siamo tutti diversi, non solo nell’aspetto fisico, ma soprattutto per le differenti situazioni economiche, sociali e culturali. Anche le diverse esperienze personali, vissute nel corso degli anni, influenzano le caratteristiche individuali della felicità.

La natura, con le sue creature animali e vegetali, è in continua evoluzione, sempre alla ricerca di una migliore configurazione, una maggiore efficienza.

L’uomo, analogamente, realizza lo scopo della propria vita cercando sempre di migliorare la propria condizione sociale ed economica. Ottiene un giorno di felicità quando realizza un piccolo passo verso questo miglioramento e viceversa subisce la tristezza quando perde qualcosa di già acquisito o si rende conto di non poter raggiungere la meta prefissata. Anche la semplice mancanza della speranza di poter migliorare può indurre una profonda tristezza.

La ricerca della felicità è quindi un fenomeno prodotto dalla natura per spingere l’individuo a evolversi, a migliorarsi continuamente. L’evoluzione continua rende la vita più interessante e contemporaneamente la protegge dal possibile degrado. L’istinto di sopravvivenza, di cui tutti gli esseri viventi sono dotati, potrebbe non essere sufficiente a garantire, da un punto di vista generale, il mantenimento della specie.

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E’ difficile dare dei consigli su come essere felici, perché dovrei essere capace a spiegare, a ciascuno di voi, come migliorarsi continuamente.  Ognuno è diverso e quindi le strade da percorrere sono personalizzate.

Il primo passo da effettuare è quello di conoscere se stesso, come già consigliavano gli antichi filosofi greci. Dopo essersi conosciuti e riconosciuti, bisogna sapersi accettare, e ciò è molto importante. Non dobbiamo sforzarci di essere simili agli altri, è indispensabile invece, essere se stessi. La natura applica in modo rigoroso il processo di bio-diversità, perché esige che siamo tutti diversi per favorire l’evoluzione.

La natura ti ha donato dei pregi e dei difetti, devi saperli accettare nella loro globalità. Dopo aver constatato le tue qualità e le tue limitazioni, dovrai saper sfruttare le tue potenzialità per cercare di migliorarti, tenendo sotto controllo i difetti che potrebbero danneggiarti.

Per ottenere dei momenti di felicità dovrai raggiungere un determinato obbiettivo. Il trucco può essere di programmarsi degli obbiettivi piccoli e realizzabili, tanti piccoli passi, stabiliti in base alle nostre reali capacità di compierli e soprattutto effettive necessità. La vita è più bella se hai tante piccole, ma frequenti, gioie, piuttosto che poche ma intense.

L’acquisto di un nuovo oggetto, il raggiungimento di un obbiettivo, fornisce una quota di felicità, ma la sua durata è limitata, perché dopo un certo tempo arriva l’assuefazione. Il nuovo stato di vita diventa acquisito, quindi normale, e si cercano altre mete da raggiungere.

Fai attenzione al fatto che più cose hai e più hai da perdere. Se ti leghi eccessivamente alle cose subentra la paura per la loro mancanza. Cerca di legarti solamente alle cose sicure e necessarie.

Non lasciarsi influenzare dagli obiettivi degli altri perché loro sono diversi e hanno una differente vita ed altre esigenze.

Sognare, sperare in obiettivi per noi irraggiungibili, può essere demoralizzante. Invidiare gli altri perché hanno raggiunto i loro obbiettivi è inutile oltre ad essere frustrante.

Sognare la vita da re quando si odia la nobiltà e i loro vizi, non ha senso. Sognare di possedere il panfilo quando si soffre il mal di mare è decisamente sbagliato.

Sogna solamente i tuoi sogni non quelli degli altri, non lasciarti ingannare dalla pubblicità, dalle mode, dalle consuetudini e dai falsi bisogni.

Se ti affanni a realizzare un obbiettivo inutile, per le tue reali necessità, ti costerà molto impegno e infine non ti fornirà la felicità sperata.

L’impegno verso una meta non adeguata alle proprie capacità, sarà senz’altro molto onerosa e potrà generare malattie psicosomatiche dovute all’eccessivo stress. Quando si riscontrano delle notevoli difficoltà a raggiungere certi incrementi di posizioni, anche minimi, significa che si sta procedendo contro-natura, che quella direzione non è idonea alla propria personalità o capacità. La felicità ottenuta con l’eventuale raggiungimento di un tale obiettivo non sarà sufficiente a compensare gli effetti negativi collaterali.

Con la penuria di posti di lavoro che esiste in Italia, spesso si tende ad accettare la prima occasione che capita, senza badare se tale incarico è effettivamente adatto alla propria personalità e fisicità. Sbagliare una scelta del genere può comportare delle conseguenze tragiche. In tale caso si commette un doppio errore perché si preclude ad altri, più adatti, il raggiungimento della propria felicità.

Insomma, come si può raggiungere la felicità?

Guarda dentro te stesso, con sincerità, non ingannarti da solo. Cerca di capire quali sono i tuoi difetti e i tuoi pregi (tutti hanno dei pregi). Può essere utile ricordare quali sono state le azioni subite che ti hanno dato fastidio e quelle che hai gradito. L’aiuto di amici o persone care può essere efficace perché l’osservazione dall’esterno consente un’ottica diversa e forse più obiettiva. Scrivi quindi un elenco con i tuoi difetti e le qualità.

Approfondisci le caratteristiche positive del tuo carattere ed elabora tutte le conseguenti possibilità, tutte le azioni che tali pregi posso realizzare. Organizza le tue prossime giornate in modo da avere l’opportunità di applicare da punto di vista pratico l’azione più facile da realizzare.

Un altro aspetto importante è quello di considerare che il mondo che ci circonda può essere inteso come una grande ragnatela che collega tra loro le persone, le istituzioni, tutti gli esseri viventi e la natura nel suo insieme. In questa ragnatela vige la “legge della reciprocità” che tende a restituire ciò che dai. Se desideri ottenere dagli altri l’amore e l’amicizia devi fornirla a tua volta per primo.

Le scelte future e le azioni dovranno essere realizzate nell’ottica della lealtà, onestà e della legalità affinché il mondo ti restituisca un ambiente in cui vivere serenamente, condizione necessaria per la felicità.

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