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Quando la guerra è giusta 5 aprile 2011

Posted by orfeopellicciotta in diritti umani, evoluzione, Filosofia, libertà, Politica, vita umana.
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Quando la guerra è giusta?

Tra le tante guerre che si sono combattute: d’espansione, coloniale, difensiva, preventiva, umanitaria, eccetera, si può stabilire quando e quali di queste può essere considerata giusta o almeno positiva?

L’opinione comune è che qualsiasi guerra è ingiusta, perché provoca morte, sofferenze fra le popolazioni e danni materiali, in entrambi i fronti.

Osservando il corso della storia dell’umanità, si può notare che le varie guerre e battaglie che si sono svolte hanno dato esiti diversi. In alcuni casi l’esito è stato positivo per entrambe le parti.

Il giudizio sui fatti, dato a posteriori, dopo molti anni dalla conclusione della guerra, è senz’altro il più preciso e più facile. Con il senno del poi ….

Per valutare correttamente i fatti, non si deve scendere eccessivamente nel dettaglio di un particolare avvenimento, facendosi commuovere o indignare dagli inevitabili episodi di brutalità e violenza gratuita. La valutazione deve essere globale considerando un lungo periodo di tempo, decine di anni successivi alla fine della guerra, e gli effetti sul complesso della popolazione, dal punto di vista economico, sociale e culturale.

La libertà (libero arbitrio) è uno dei principi fondamentali che distingue l’uomo dalla bestia. Un popolo non raggiungerà mai un livello sociale ed economico adeguato ai tempi, non potrà evolversi se non è libero di esprimere il meglio di sé. Senza la libertà di esprimersi, di scrivere, di lavorare, di studiare, di fare ciò che la propria attitudine consente non è vera vita. La libertà è quindi un principio sostanziale che giustifica tutte le guerre; sia per mantenerla che per ottenerla.

Durante l’ultima guerra mondiale, nel gennaio del 1944, gli americani e gli inglesi sono sbarcati ad Anzio e in Sicilia. In questa impresa morirono molti soldati in entrambi i fronti. Nel cimitero di Nettuno riposano oltre 7000 soldati, che hanno lasciato la loro vita in terra straniera, facendo piangere le loro mogli e le loro madri. Costoro, all’epoca pensarono che fosse un sacrificio giusto, un gesto d’umanità necessario. Anche per noi italiani, anche se in questa occasione, sotto i vari bombardamenti, morirono in molti, fu una guerra giusta. Dopo questa guerra l’Italia rifiorì, cessò la tirannia del fascismo e del nazismo, iniziò un lungo periodo di benessere economico sociale. La sofferenza di tutti quei morti e dei feriti, fu ampiamente compensata dal benessere dei figli e dei nipoti per molti anni.

Anche la guerra delle Falkland fu giusta perché ebbe come conseguenza la fine del periodo della dittatura in Argentina, fu la fine dell’angoscioso problema dei “desaparecidos”. Si può anche dire che la guerra di espansione dei Romani, nel primo periodo dell’Impero, fu positiva perché diffuse dei principi di legalità, organizzazione statale e costruzione di molte infrastrutture come strade e acquedotti. I vari territori conquistati dagli antichi romani erano generalmente annessi, diventavano parti integranti dell’impero. Se erano rispettati certi criteri erano considerati alla pari, non erano semplicemente delle colonie da sfruttare. Fu questo il motivo della lunga durata della Repubblica romana e del conseguente Impero.

Per giudicare una guerra è necessario quindi aspettare molti anni per vedere i risultati dell’evoluzione nel campo dell’economia e del sociale. Le premesse sono comunque importanti. Se l’aggressione avviene con l’intento di sfruttare le risorse naturali del paese (petrolio, gas, diamanti, materie prime) senz’altro non si presterà attenzione ad organizzare il suo sviluppo economico.

Se sarà impiantato un governo fantoccio costituito da dirigenti corrotti e incapaci non ci sarà una positiva evoluzione. Se il paese aggressore è a sua volta comandato da prepotenti dittatori o una classe di corrotti e disonesti non potrà mai, perché incapace per principio, di realizzare in un altro paese un qualsiasi tipo di evoluzione economica e sociale.

La premessa principale, per sperare di avere una guerra giusta, è che il paese aggressore sia ad un livello di evoluzione sociale ed economica maggiore del paese che subisce. In questo caso, il paese vittima può sperare in un miglioramento che altrimenti sarebbe impossibile o comunque molto lontana nel tempo. La seconda premessa e che l’aggressore abbia l’intenzione di assimilarlo a pari condizioni politiche, instaurando le stesse leggi. Ma questa condizione è possibile solo se i due paesi sono abbastanza simili come livelli culturali, religione e sarebbe meglio che fossero anche confinanti. Se le differenze sono invalicabili nasceranno inevitabilmente delle forze di contro-reazione, dei conflitti interni, e manifestazioni che possono compromettere tutti i buoni propositi. Se le differenze culturali sono fomentate o armate da un paese terzo, la guerra non avrà mai fine.

L’evoluzione del mondo, il passaggio dalla preistoria fino al livello economico e sociale raggiunto oggigiorno, è stato intercalato da un gran numero di guerre. Mediamente, quando la nazione vincitrice era ad un livello evolutivo superiore ha permesso una certa progressione, come per esempio i casi dell’Impero Romano, la conquista del Far West americano, l’impresa dei Mille che ha permesso di unificare l’Italia. Il caso contrario si è verificato con la discesa dei barbari, che ha dato inizio alla decadenza medioevale.

Ovviamente sarebbe meglio che la guerra, in qualsiasi forma, non esistesse. L’ideale sarebbe che si potessero risolvere i problemi con la diplomazia, che l’espansione e l’evoluzione avvenga con accordi bilaterali e con l’unificazione pacifica. Non credo che sia praticamente possibile. Ci sono stati casi in cui la guerra è stata la diretta conseguenza, inevitabile, del trattato di pace (capestro) firmato alla fine della guerra precedente.

L’Impero Romano non si sarebbe formato se Romolo fosse rimasto dentro i confini tracciati dal suo aratro, e se non si fosse compiuto neanche il famoso “ratto delle sabine”. Non credo che i capi dei villaggi attigui avrebbero facilmente, e pacificamente, ceduto il loro potere alla nuova emergente potenza romana. L’Italia odierna sarebbe rimasta suddivisa in regni e granducati senza il sacrificio dei garibaldini e dei vari soldati con cui si sono scontrati.

L’aumento della popolazione, la ricerca di fonti d’energia e di territori da coltivare, il bisogno di migliorare il tenore di vita, sono le cause, inevitabili, che spingono i popoli ad espandersi ed evolversi. Lo scontro è fatale, e da questa lotta di solito vince il migliore o il più forte, ed avrà maggiori possibilità di riproduzione e di espandersi. In modo analogo si comportano gli animali che lottano per la riproduzione o per la preda.

Questa lotta per la sopravvivenza ha permesso la selezione della specie animale, la guerra “giusta” ha permesso il miglioramento della civiltà umana.

La guerra di espansione corrisponde al desiderio di estendere la propria ragnatela, di creare altre connessioni con le ragnatele vicine per poter realizzare funzioni migliori, che si evolveranno in maggior benessere economico e sociale.

Oggigiorno le armi hanno un’enorme capacità distruttiva, e come contropartita, le città sono più deboli perchè sono sovrappopolate, i sistemi industriali e le strutture dei servizi sono complesse e delicate, e basta un piccolo attentato per creare conseguenze devastanti. Per questa serie di motivi, la guerra moderna, di qualsiasi tipo, provoca grandi danni morali e materiali. La guerra giusta, quella che inizia con tutti i buoni propositi umanitari, in queste condizioni, potrebbe facilmente cambiare di segno. La scelta militare deve essere assolutamente vietata, cercando in tutti i modi una soluzione diplomatica, anche se questa richiede molti anni per dare i risultati sperati.

Le guerre finiranno definitivamente, quando avremo raggiunto un livello di civiltà che ci permetterà di superare le necessità impellenti di sopravvivenza, e quando le differenze fra i popoli saranno ridotte al minimo. Quando non esisteranno più dittatori che sono i primi fautori delle guerre. Quando il rapporto costi benefici le renderà non convenienti. Quando l’evoluzione della civiltà umana avrà raggiunto il livello tale da comprendere che è possibile creare le migliori connessioni senza ricorrere alla guerra che provoca comunque molti danni.

Comunque è necessario essere sempre previdenti, ed evitare che i piccoli problemi di oggi si incancreniscano diventando premessa di guerre future. La sovrappopolazione della terra comporterà la mancanza delle materie prime, cibo, acqua. Ci saranno esodi biblici verso le nazioni che dispongono delle risorse, e quest’ultime saranno costrette a difendersi. Sarebbe opportuno cominciare a prendere dei provvedimenti….

Che cosa è la libertà 9 dicembre 2008

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Ho raccolto una serie di aforismi sulla libertà, spulciando su i vari siti di internet.

I seguenti aforismi, dei più svariati autori, cercano di definire il concetto della libertà con poche parole mantenendo l’efficacia:

La libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale. Benedetto Croce
La libertà consiste nel fare ciò che si desidera. John Stuart Mill
La libertà dell’individuo va limitata esattamente nella misura in cui può diventare una minaccia a quella degli altri. John Stuart Mill
La libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono. Charles De Montesquieu
La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica. Luigi Einaudi
La libertà non è che una possibilità di essere migliore, mentre la schiavitù è certezza di essere peggiore. Albert Camus
La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono. George Bernard Shaw
La mia libertà finisce dove comincia la vostra. Martin Luther King, Herbert Spencer
Libertà è scegliere. Pericle
Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare. Gandhi
Non sono un liberatore. I liberatori non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé Ernesto Che Guevara
Giustizia non esiste là dove non vi è libertà. Luigi Einaudi
Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi. Leo Longanesi
Nessuno vuole la libertà per tutti; ciascuno la vuole per sé. Otto von Bismarck
Sarà sempre uno schiavo chi non sa vivere con poco. Orazio Flacco
La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature. Franklin Delano Roosevelt
Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri. Oscar Wilde
La gente esige la libertà di parola per compensare la libertà di pensiero, che invece rifugge. Sören Kierkegaard
La libertà è la possibilità di rendersi utili alla società in proporzione alle proprie capacità. Orfeo

La definizione più famosa è quella di Martin Luther King, “La mia libertà finisce dove comincia la vostra”, si ricollega a quella di John Stuart Mill La libertà dell’individuo va limitata esattamente nella misura in cui può diventare una minaccia a quella degli altri“.

Quindi la libertà non può essere semplicemente “La libertà consiste nel fare ciò che si desidera” perché deve essere limitata e controllata, quindi “La libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono“.

Il limite dove fissare la libertà dell’uno e quella dell’altro, dovrà essere quindi frutto di un compromesso oppure, come afferma Ernesto Che Guevara, perfino qualcosa di maggiormente impegnativo “Sono i popoli che si liberano da sé”, che implicitamente significa che talvolta il popolo deve ricorrere alla rivoluzione oppure alla guerra per acquisire o riprendersi la libertà di cui ha diritto.

Una volta che la libertà è stata ottenuta, è necessario mantenerla perché il rischio di perderla è sempre incombente, c’è sempre qualcuno che spinge il limite a suo favore per ottenere qualcosa di più.

Il mantenimento del corretto limite della libertà individuale e collettiva è quindi soprattutto il compito delle istituzioni statali; della Giustizia, ma anche della Scuola che deve inculcare il senso del rispetto per gli altri, fin dai primi anni di vita.

Il corretto uso della libertà permette al Paese di progredire perché favorisce l’espressione delle iniziative personali.

Gli uomini sono tutti diversi e ognuno ha il diritto di esprimere la propria personalità (nei limiti consentiti) e dare il proprio contributo all’evoluzione del mondo.

Per favorire lo sviluppo economico e sociale della nazione le istituzioni statali non devono essere troppo opprimenti con la burocrazia o le censure, per non tarpare inutilmente le iniziative dei cittadini, ma devono essere abbastanza severe con coloro che abusano dei loro privilegi o del potere per prevaricare i diritti degli altri.

Le risorse alimentari o le materie prime della Terra devono essere a disposizione di tutti gli abitanti del mondo non a uso esclusivo di pochi o di chi arriva primo.

Quando una nazione non progredisce, oppure addirittura regredisce, significa che non garantisce il giusto equilibrio della libertà tra i cittadini. Un’eccessiva disparità tra i ricchi e i poveri è un altro indice di tale situazione.

La famosa definizione della libertà di M. L. King, riportata all’inizio dell’articolo è molto riduttiva, perché pretende di definire la libertà definendo solamente i suoi confini. Come se, alla domanda: qual’è il mio terreno, io rispondessi: quello compreso dal mio recinto. Implicitamente sembra anche dire: fatti gli affari tuoi, io nel mio terreno faccio quello che voglio. Sembrerebbe che agli altri non debba riguardare se qualcuno nel proprio terreno possa coltivare il grano, la frutta, oppure tenere un deposito di scorie nucleari. Non è così!

Il terreno, così come l’ambiente sociale, è strettamente connesso con ciò che è attorno. Ciò che si coltiva nel proprio orto, oppure l’utilizzo la propria libertà, deve essere sempre tale da non danneggiare, anche indirettamente, gli altri.

Una buona definizione della libertà è la seguente:

La mia libertà corrisponde ai miei diritti, la libertà degli altri corrisponde ai miei doveri.

La società felice si può realizzare solamente con un giusto equilibrio tra i diritti e i doveri.

Gruppi di persone o classi sociali spesso, rivolgendosi alle istituzioni, reclamano la realizzazione dei propri diritti. In alcuni casi non ci si rende conto che le istituzioni, in un paese democratico sono tenute e mantenute dall’impegno di tutti cittadini. Chiedere l’ottenimento di alcuni diritti significa implicitamente attribuire maggiori doveri ad altre persone, e in sotto certi punti di vista anche a se stessi.

Le varie istituzioni e i cittadini di una nazione sono tutti collegati tra loro, come in una gigantesca ragnatela, da relazioni economiche e di diritti e doveri. Pretendere un diritto su un aspetto della relazione può comportare di conseguenza un incremento di doveri sotto un altro aspetto. Occorre quindi valutare sempre la convenienza di tale modifica e verificare se il gioco vale la candela.

Non si otterrà mai l’acquisizione di un nuovo diritto se non sarà chiarito e valutato perfettamente il suo costo economico e sociale, chi o cosa dovrà assumersi i maggiori doveri, e infine se chi è direttamente interessato al dovere è consapevole e disponibile a tale nuovo impegno.

Forse il miglior aforisma sulla libertà, quello che considera tutti gli aspetti filosofici e pratici, secondo il mio modesto parere, è il seguente:

La libertà è la possibilità di rendersi utili alla società in proporzione alle proprie capacità”.

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Scopo della vita umana (parte 1) 18 ottobre 2008

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Sono numerose le persone che cercano di capire quale sia lo scopo della propria vita e più in generale lo scopo della vita umana su questa Terra.

Anzi penso che almeno una volta nella vita chiunque si sia posto questa domanda. Molti filosofi hanno espresso le loro ipotesi. Il tipo di risposta è, però, molto influenzata dalla propria tendenza religiosa. Si passa da un’ipotesi di vita il cui scopo è solamente orientato al divino, fino ad arrivare all’interpretazione completamente atea che non fornisce alcuno scopo alla vita perché è solamente un evento casuale.

Diciamoci francamente che l’ipotesi atea ci delude, perché è un po’ fastidioso ritenere di essere degli animali che finiranno la loro vita semplicemente come materia polverosa. Non credo che sia un atto di presunzione ritenere che l’uomo meriti qualcosa di più. Anch’io ho intenzione di presentare la mia ipotesi sullo scopo della vita degli esseri viventi, ma soprattutto dell’umanità.

Lascio il mio scritto a disposizione dei navigatori del mare di internet, che ricercano idee originali e convincenti.

Per capire il problema ho elaborato un ragionamento che risale indietro nel tempo, fino alle origini dell’universo. In questa condizione mi sono accorto che, coloro che in passato si sono posti questa domanda, sono riusciti a darsi una risposta, anche se parziale.

In origine c’erano due atomi di ossigeno che vagavano inutilmente nello spazio, annoiandosi e domandandosi a vicenda, anche loro, a cosa servisse la loro esistenza. C’era una situazione simile a quella della particella di sodio, sola nella bottiglia dell’acqua minerale. Un giorno casualmente essi incontrarono un atomo d’idrogeno, e gli chiesero se sapesse qualcosa sull’argomento. Anch’esso non sapeva rispondere. Alla fine della conversazione, quando si avvicinarono, per stringersi le mani per salutarsi, scattò il legame elettrico e i due atomi di ossigeno si fusero con quello d’idrogeno, diventando una molecola di acqua. La nuova sostanza si guardò attorno, felice della nuova forma e consistenza. Apprezzò notevolmente le nuove caratteristiche e le proprietà acquisite.

La goccia d’acqua capì finalmente, che lo scopo della vita da atomo era di accoppiarsi intimamente con altri suoi simili per diventare una molecola, per avere quindi la possibilità di realizzare maggiori ideali e migliori sostanze. Lo capì solamente dopo aver cambiato stato, e dopo essere passato al livello superiore.

Analogamente, la singola pianta trova il proprio scopo dell’esistenza solo quando s’inserisce in una foresta con tante altre piante, insieme agli insetti che permettono l’impollinazione, e la macerazione del legno vecchio. Insieme agli animali, piccoli e grandi, che vitalizzano e muovono l’ambiente.

Considerate la differenza di qualità della vita tra una piantina cresciuta solitaria nel deserto e un’altra, invece, in un folto bosco. Lo stesso ragionamento può essere riportato anche a tutti i passaggi evolutivi della materia e degli esseri viventi, fino a giungere a quello umano. Ad ogni passo dell’evoluzione, il soggetto si rende conto della limitazione dello stato precedente e della scarsa qualità della vita che aveva trascorso.

L’uomo, frutto dell’evoluzione raggiunta finora, deve quindi porsi due tipi di domande, poste a due livelli diversi. La prima riguarda il singolo individuo, la seconda considera il genere umano nel suo insieme.

Nel primo caso.

Che cosa posso fare, associandomi ad altre persone, per realizzare un compito o una funzione migliore, che da solo non posso eseguire?

Una risposta già sufficiente potrebbe essere quella di creare una sana famiglia o lavorare in modo coscienzioso per il benessere, fisico o psicologico, della collettività. In pratica è importante partecipare con tutti i mezzi che si ha a disposizione, per realizzare una società, più estesa possibile, equilibrata e serena.

Sembra un obiettivo facile da raggiungere, ma gran parte delle persone non riesce a ottenere risultati soddisfacenti, perché non s’impegna in modo costante, ma soprattutto non è consapevole dell’importanza di raggiungere lo stato successivo.

Il desiderio di associarsi, di fare amicizia, è una prerogativa innata nell’uomo, ed è dimostrata dalla tendenza che presentano i bambini e gli adolescenti a ricercare e frequentare gli amici. Questa tendenza presente nell’inconscio fin dalla nascita è poi repressa dai pregiudizi e dalle nevrosi che avvengono negli anni successivi.

Nei secoli che ci hanno preceduto, i passaggi evolutivi sono stati eseguiti essenzialmente a caso ma ora l’uomo utilizzando la propria intelligenza e volontà può accelerare i processi, indirizzandoli direttamente verso la destinazione finale, in modo che questa possa essere raggiunta più velocemente.

Per quanto riguarda lo scopo della vita di tutto il genere umano in senso più vasto, la domanda da farsi sarebbe la seguente:

Quale azione posso compiere per favorire il raggiungimento dello stato successivo all’evoluzione dell’umanità? Quale potrebbe essere lo stato successivo dell’evoluzione?

E’ facile capire che per un singolo individuo l’accoppiarsi con un suo simile possa essere il raggiungimento dello scopo della propria vita. Basta considerare la gioia e la felicità che si può ricevere dal proprio coniuge e dai figli tenuti assieme dall’amore. Successivamente, una famiglia o una società dovrebbe fondersi con altre similari, formando delle comunità sempre più vaste e affiatate, come provincie, stati e quindi continenti.

Occorre tenere presente che affinchè si possa evolgere allo stato successivo è indispensabile che il precedente sia completamente acquisito e solidificato. Nel caso si sia formato un accoppiamento è necessario che questo rimanga indissolubile, in modo da garantire la costruzione del processo successivo.

Con chi o che cosa dovrebbe fondersi il genere umano per eseguire il passo evolutivo successivo?

Dovrebbe fondersi con la Natura, con tutto l’insieme armonico degli animali, delle piante, e della stessa Terra! Si dovrebbe realizzare una connessione di tutti gli elementi della natura e della società, basata sulla reciprocità e il bilanciamento dei diritti e dei doveri. Si dovrebbe in pratica realizzare una grande ragnatela.

Su quest’aspetto, invece, le cose da fare sono ancora molte, perché spesso ci dimentichiamo dell’importanza della natura e le manchiamo di rispetto, danneggiandola. Anche le relazioni con le altre persone sono basate sulla reciproca diffidenza piuttosto che sulla fiducia, necessaria per promuovere la fusione. Agendo in questo modo allontaniamo l’obiettivo, rendendo impossibile l’opportunità di raggiungere il prossimo scopo della nostra vita. Non dobbiamo trascurare inoltre che questa evoluzione è possibile solo a piccoli passi successivi, per una questione tecnica, non si possono realizzare salti evolutivi.

Un filosofo serio, non si ferma però, solamente a questo passaggio, ma pensa anche al successivo, da raggiungere forse tra molti anni, oppure tra secoli. Guardandoci intorno, non ci limitiamo a osservare quello che conosciamo sulla nostra Terra. Intorno a noi c’è tutto un Universo, con pianeti e stelle, ancora tutto inesplorato, con molti misteri da risolvere.

Nell’universo c’è la “materia e l’energia oscura” che ha dimensioni infinite, forse in essa c’è la prossima meta da raggiungere. Verrà il giorno in cui sarà verificata la sua presenza e consistenza e sentiremo la mancanza se non possiamo raggiungerla. Il desiderio irrefrenabile degli scienziati e degli esploratori di conoscere i segreti della materia subatomica e della vastità dell’universo, proviene dall’inconscio desiderio di raggiungere quella meta che potrà realizzare lo scopo della vita umana.

Lo scopo della vita umana è quindi quello di raggiungere la fusione con tutto l’universo fisico.

Ma non saremo mai completamente soddisfatti se non potremo raggiungere anche la fusione con il mondo spirituale.

Segue parte 2 dell’articolo 

Eutanasia 9 settembre 2008

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I recenti casi di eutanasia mi hanno suscitato il ricordo di quando ero ragazzo e leggevo con molta soddisfazione le avventure di Tex Willer e del suo amico Kit Carson, pubblicati sull’albo a fumetti TEX. All’epoca mi fece molta impressione un episodio in cui Tex uccideva un cavallo che era rimasto ferito ad una zampa, in seguito a una delle solite imprese contro i banditi di turno. Il gesto, che poteva sembrare violento, era in realtà una dimostrazione di pietà nei confronti dell’animale, disteso a terra sofferente. Nel deserto del Texas dell’epoca non c’erano veterinari disposti a curarlo, e quindi il cavallo non avrebbe potuto muoversi per raggiungere l’erba da brucare, non avrebbe potuto galoppare nelle praterie per scatenare la sua energia. Il cavallo ferito e sofferente non avrebbe potuto comportarsi come tutti gli altri cavalli, non avrebbe potuto, quindi, realizzare lo scopo della sua vita. Le ultime ore della sua vita sarebbero state una tortura e la morte sarebbe stata ambita come una liberazione.

Si era realizzata una duplice condizione sfortunata. L’invalidità del cavallo non era risolvibile in tempo utile per la mancanza di medici e di medicine adeguate. Il cavallo non sarebbe potuto mai ritornare nella situazione originale di essere un cavallo e comportarsi come un cavallo, neanche in versione ridotta.

D’altra parte il cavallo soffriva sia dal punto di vista fisico, a causa del dolore provocato dalla ferita, sia dal punto di vista morale per non avere la possibilità di alzarsi e galoppare nella prateria, come gli era sempre piaciuto fare.

Tex era solo con il cavallo, in quella distesa desertica, dipendeva solo da lui se lasciarlo soffrire fino alla morte, oppure terminare quella situazione angosciosa con un semplice colpo del suo revolver. L’animale non poteva parlare, ma i suoi occhi erano sufficientemente espressivi, ansimava e supplicavano la pietà del suo padrone che aveva servito, con ubbidienza, per tanto tempo.

Ricordava con nostalgia quelle lunghe galoppate alla rincorsa dei banditi, che ormai non erano più realizzabili.

Abbandonare il cavallo in quella condizione è equivalente ad acconsentire che le avversità della natura compiano la loro lenta e progressiva tortura, finché la morte per stenti non faccia il proprio corso.  Quando si ha il potere decisionale “acconsentire che altri compiano la tortura” è equivalente a “eseguire direttamente la tortura”.

Tex capì i pensieri del cavallo, si assunse la responsabilità delle proprie azioni ed estrasse la sua pistola dalla fondina.

Quando lessi questo fumetto ero ragazzo e interpretai questo episodio come un atto di violenza giusto e doveroso, anch’io avrei fatto ugualmente. Non sapevo che quello era un classico caso di “Eutanasia”.

Il termine Eutanasia proviene da una parola greca che significa “buona morte”, e significa procurare in modo diretto o indiretto la morte, possibilmente indolore, di una persona gravemente sofferente, in coma, malata allo stadio terminale e inguaribile.

Negli ultimi anni ci sono stati numerosi casi in cui si è discusso dell’opportunità dell’Eutanasia i più famosi sono rimasti quelli di Terry Schiavo, Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Queste persone erano ammalate così gravemente che non erano in grado di esprimere la pur minima espressione di vita umana. La loro sopravvivenza era simile alla vita vegetativa, e in alcuni casi, considerando il massiccio uso dei macchinari, poteva addirittura considerarsi una vita tecnologica o robotica.

Alcuni politici ed ecclesiastici non hanno avuto sentimenti di pietà davanti a questi fatti, e sono andati via lasciando che “il cavallo” se la sbrigasse da solo.

La cosa che mi meraviglia di più è che alcune persone, che credono nella vita eterna e nell’Aldilà, si attacchino tenacemente alla vita terrena anche quando questa non ha più senso e non ha più i riferimenti che distinguono la vita umana da quella vegetale, animale o robotica.

Nei casi in cui una persona è così gravemente ammalata da non avere la coscienza di se stessa, quindi non ha più relazioni con gli altri, quando gli organi sono talmente compromessi da non essere in grado di funzionare da soli, ma necessitano di un ausilio meccanico, quando la situazione è diventata irreversibile, la medicina e la terapia non hanno più senso e diventano accanimento teraupetico. In questo caso dobbiamo lasciare che la natura faccia il suo corso.

Dio ci ha donato la vita per realizzare qualcosa di buono e non semplicemente per viverla.

E’ giusto mantenere il celibato dei preti? 26 maggio 2008

Posted by orfeopellicciotta in chiesa, diritti umani, Filosofia, Politica, religione, Teologia.
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Prima di inoltrarsi nei ragionamenti, è bene precisare che quando, in quest’articolo, parlo di preti intendo quelli che sono direttamente a contatto con i fedeli. Mi riferisco al prete di campagna, a quello che organizza l’oratorio per i ragazzi, a chi accompagna i boy-scout nelle varie gite, a quello che si sacrifica nei villaggi e negli ospedali da campo nei più sperduti paesi del terzo mondo. Sono quindi esclusi quei preti che svolgono funzioni di segreteria presso i vescovi e cardinali, oppure presso le sedi del Vaticano, che potrebbero essere ben sostituiti da normali impiegati.

Secondo una regola in uso da molti secoli, risalente al Concilio di Trento, nel 1545, i preti hanno l’obbligo del celibato (non possono sposarsi), per i monaci, e le suore vige perfino l’obbligo della castità (non possono avere rapporti sessuali).

Per i giovani che intendono entrare nella vita religiosa, queste imposizioni sono molto pesanti, e per saperle affrontare hanno bisogno di una vera e profonda vocazione.

In seguito alla crisi delle vocazioni, che si regista negli ultimi anni, ed anche in seguito a qualche caso d’inadempienza, si comincia a criticare tale regola e si discute sull’opportunità di mantenerla in vigore.

I teologi e i vari esperti in materia ripassano i brani del Vangelo, la vita dei Santi e degli Apostoli, alla ricerca dei riferimenti che possono avvalorare una delle due ipotesi, ma non si trovano elementi decisivi e inoppugnabili. Gesù non ha mai fatto una precisa dichiarazione a proposito. Non voglio inoltrarmi in disquisizioni teologiche, perché non ho la competenza adatta, però posso osservare la questione da un punto di vista pratico ed economico.

La regola del celibato è stata forse determinata dal buon senso, da una scelta di opportunità pratica?

Facciamo una simulazione e vediamo cosa potrebbe succedere eliminando la regola del celibato dalle istituzioni religiose.

Ora i preti si accontentano di vivere in una cameretta della canonica, attigua alla chiesa. Per i pasti e il tempo libero usano gli ambienti comuni. Non hanno l’angoscia del proprio futuro e della vecchiaia, perché sanno che potranno usufruire di questi servizi finché saranno in vita. Quando saranno vecchi e malati, ci saranno degli istituti appositi e delle persone che li accudiranno. Non sono costretti a preoccuparsi della pensione e non devono accumulare denaro per il futuro. Il ricavato dell’elemosina, raccolte durante la Messa, o nelle varie iniziative di solidarietà, può essere completamente utilizzato per i poveri, e per la manutenzione e le attività della Chiesa, perché le necessità personali del prete sono veramente limitate. Non è necessario eseguire nessuno “storno”. Il prete non cederà mai alla debolezza di rubare perché non ha alcuna necessità. Teoricamente il prete vive, o dovrebbe vivere, con il contributo e l’elemosina dei fedeli. Anche se l’istituzione del Vaticano, in tutti questi secoli, ha accumulato enormi ricchezze, che potrebbero permettere di mantenere tutta l’organizzazione.

Concedere a un prete di sposarsi significa che potrà crearsi una famiglia composta da moglie e figli, e avere di conseguenza anche tutti i vantaggi e i problemi che ne derivano.

Il tempo che il sacerdote potrà dedicare alla parrocchia sarà senz’altro ridotto, perché una parte di esso dovrà essere riservato alla propria famiglia. I figli e la moglie avranno le loro esigenze: lo studio, le malattie, le ferie al mare, i giocattoli, i vestiti all’ultima moda, il parrucchiere, le gite fuori porta la domenica.

Non basta più una cameretta, ma è necessario un appartamento con due o tre camere, completamente arredate. Le spese di mantenimento, luce, gas, telefono, riscaldamento salgono alle stelle, più in alto delle preghiere.

E’ necessario pensare anche alla pensione, al mantenimento della coppia quando non ci sono più le forze, alla reversibilità in caso di vedovanza.

Con le somme raccolte con l’elemosina, oltre ai vestiti per i poveri, occorre finanziare anche la playstation per il figlio. Considerando la riduzione del tempo a disposizione per la comunità parrocchiale, per assolvere gli stessi servizi, potrebbe essere necessario ricorrere a un secondo sacerdote.

Considerando tutto, la scelta di revocare il celibato per i preti, potrebbe aumentare i costi per i fedeli di circa 10 volte.

Se i parrocchiani non sono abbastanza generosi, da coprire tutte le spese, le autorità ecclesiastiche saranno costrette a ricorrere all’aiuto finanziario dello Stato. Questa evenienza produce come conseguenza una limitazione dell’autonomia ecclesiastica, finendo con il generare una religione di stato.

Il celibato, quindi, dal punto di vista pratico, è una soluzione economica molto conveniente, perché permette di utilizzare il personale al massimo, con il minimo delle spese. I giovani che accettano questi vincoli, per entrare nel mondo ecclesiastico, sono anche quelli che hanno la vocazione più intensa, e sono quindi veramente i migliori. Provoca, indirettamente, una grossa selezione all’ingresso. Se non ci fosse il vincolo del celibato senz’altro ci sarebbe la fila all’ufficio delle assunzioni.

Nonostante il celibato ci sono stati, specialmente in passato, quando le necessità erano molto stringenti, molti seminaristi per convenienza, che sfruttavano l’istituzione per studiare e avere un impiego sicuro e a vita. Negli anni successivi tali personaggi hanno poi disonorato la propria toga e creato gravi danni all’immagine della Chiesa.

Forse è meglio avere qualche sacerdote in meno, ma di qualità, piuttosto che abbondare con persone che non hanno una vera vocazione per svolgere una funzione così delicata e impegnativa.