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Eutanasia 9 settembre 2008

Posted by orfeopellicciotta in chiesa, diritti umani, eutanasia, Filosofia, Politica, religione, Teologia, vita umana.
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I recenti casi di eutanasia mi hanno suscitato il ricordo di quando ero ragazzo e leggevo con molta soddisfazione le avventure di Tex Willer e del suo amico Kit Carson, pubblicati sull’albo a fumetti TEX. All’epoca mi fece molta impressione un episodio in cui Tex uccideva un cavallo che era rimasto ferito ad una zampa, in seguito a una delle solite imprese contro i banditi di turno. Il gesto, che poteva sembrare violento, era in realtà una dimostrazione di pietà nei confronti dell’animale, disteso a terra sofferente. Nel deserto del Texas dell’epoca non c’erano veterinari disposti a curarlo, e quindi il cavallo non avrebbe potuto muoversi per raggiungere l’erba da brucare, non avrebbe potuto galoppare nelle praterie per scatenare la sua energia. Il cavallo ferito e sofferente non avrebbe potuto comportarsi come tutti gli altri cavalli, non avrebbe potuto, quindi, realizzare lo scopo della sua vita. Le ultime ore della sua vita sarebbero state una tortura e la morte sarebbe stata ambita come una liberazione.

Si era realizzata una duplice condizione sfortunata. L’invalidità del cavallo non era risolvibile in tempo utile per la mancanza di medici e di medicine adeguate. Il cavallo non sarebbe potuto mai ritornare nella situazione originale di essere un cavallo e comportarsi come un cavallo, neanche in versione ridotta.

D’altra parte il cavallo soffriva sia dal punto di vista fisico, a causa del dolore provocato dalla ferita, sia dal punto di vista morale per non avere la possibilità di alzarsi e galoppare nella prateria, come gli era sempre piaciuto fare.

Tex era solo con il cavallo, in quella distesa desertica, dipendeva solo da lui se lasciarlo soffrire fino alla morte, oppure terminare quella situazione angosciosa con un semplice colpo del suo revolver. L’animale non poteva parlare, ma i suoi occhi erano sufficientemente espressivi, ansimava e supplicavano la pietà del suo padrone che aveva servito, con ubbidienza, per tanto tempo.

Ricordava con nostalgia quelle lunghe galoppate alla rincorsa dei banditi, che ormai non erano più realizzabili.

Abbandonare il cavallo in quella condizione è equivalente ad acconsentire che le avversità della natura compiano la loro lenta e progressiva tortura, finché la morte per stenti non faccia il proprio corso.  Quando si ha il potere decisionale “acconsentire che altri compiano la tortura” è equivalente a “eseguire direttamente la tortura”.

Tex capì i pensieri del cavallo, si assunse la responsabilità delle proprie azioni ed estrasse la sua pistola dalla fondina.

Quando lessi questo fumetto ero ragazzo e interpretai questo episodio come un atto di violenza giusto e doveroso, anch’io avrei fatto ugualmente. Non sapevo che quello era un classico caso di “Eutanasia”.

Il termine Eutanasia proviene da una parola greca che significa “buona morte”, e significa procurare in modo diretto o indiretto la morte, possibilmente indolore, di una persona gravemente sofferente, in coma, malata allo stadio terminale e inguaribile.

Negli ultimi anni ci sono stati numerosi casi in cui si è discusso dell’opportunità dell’Eutanasia i più famosi sono rimasti quelli di Terry Schiavo, Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Queste persone erano ammalate così gravemente che non erano in grado di esprimere la pur minima espressione di vita umana. La loro sopravvivenza era simile alla vita vegetativa, e in alcuni casi, considerando il massiccio uso dei macchinari, poteva addirittura considerarsi una vita tecnologica o robotica.

Alcuni politici ed ecclesiastici non hanno avuto sentimenti di pietà davanti a questi fatti, e sono andati via lasciando che “il cavallo” se la sbrigasse da solo.

La cosa che mi meraviglia di più è che alcune persone, che credono nella vita eterna e nell’Aldilà, si attacchino tenacemente alla vita terrena anche quando questa non ha più senso e non ha più i riferimenti che distinguono la vita umana da quella vegetale, animale o robotica.

Nei casi in cui una persona è così gravemente ammalata da non avere la coscienza di se stessa, quindi non ha più relazioni con gli altri, quando gli organi sono talmente compromessi da non essere in grado di funzionare da soli, ma necessitano di un ausilio meccanico, quando la situazione è diventata irreversibile, la medicina e la terapia non hanno più senso e diventano accanimento teraupetico. In questo caso dobbiamo lasciare che la natura faccia il suo corso.

Dio ci ha donato la vita per realizzare qualcosa di buono e non semplicemente per viverla.

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Commenti»

1. Maria grazia - 10 settembre 2008

Bravo!!!! Sono d’accordo con te.
Anche a me, da piccola, guardando i film western capitava di vedere simili scene e non capivo; ma poi mi dissero che quelli erano gesti di pietà nei confronti dell’animale che non avrebbe potuto sopravvivere. Gente semplice capiva e comprendeva quello che stava accadendo e quello che il cavallo poteva provare.
Tanti esimii luminari pare che non ci riescano, o forse pensano che gli animali non provino quello che provano gli uomini o forse ancora sono ispirati da un “Intelligenza Superiore”!!??
ciao
Maria Grazia

2. Loredana - 31 agosto 2015

Secondo me paragonare un cavallo ad una persona, per quanto ami i cavalli e per quanto a volte certe persone valgono effettivamente meno (ma questo è tutto un altro discorso), non è corretto. Un conto è l’accanimento terapeutico, ma vi posso assicurare che di questi casi ne esistono pochi anche perché la tendenza della medicina e dei medici e’ quella di sperimentare sui pazienti terminali, perciò spesso capita che muoiano prima (addirittura!!). C’è poi tutta una terapia del dolore . Um conto é prescrive l’eutanasia a casi di depressione come sta succedendo in Olanda. C’è un’enorme differenza!


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