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E’ giusto mantenere il celibato dei preti? 26 maggio 2008

Posted by orfeopellicciotta in chiesa, diritti umani, Filosofia, Politica, religione, Teologia.
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Prima di inoltrarsi nei ragionamenti, è bene precisare che quando, in quest’articolo, parlo di preti intendo quelli che sono direttamente a contatto con i fedeli. Mi riferisco al prete di campagna, a quello che organizza l’oratorio per i ragazzi, a chi accompagna i boy-scout nelle varie gite, a quello che si sacrifica nei villaggi e negli ospedali da campo nei più sperduti paesi del terzo mondo. Sono quindi esclusi quei preti che svolgono funzioni di segreteria presso i vescovi e cardinali, oppure presso le sedi del Vaticano, che potrebbero essere ben sostituiti da normali impiegati.

Secondo una regola in uso da molti secoli, risalente al Concilio di Trento, nel 1545, i preti hanno l’obbligo del celibato (non possono sposarsi), per i monaci, e le suore vige perfino l’obbligo della castità (non possono avere rapporti sessuali).

Per i giovani che intendono entrare nella vita religiosa, queste imposizioni sono molto pesanti, e per saperle affrontare hanno bisogno di una vera e profonda vocazione.

In seguito alla crisi delle vocazioni, che si regista negli ultimi anni, ed anche in seguito a qualche caso d’inadempienza, si comincia a criticare tale regola e si discute sull’opportunità di mantenerla in vigore.

I teologi e i vari esperti in materia ripassano i brani del Vangelo, la vita dei Santi e degli Apostoli, alla ricerca dei riferimenti che possono avvalorare una delle due ipotesi, ma non si trovano elementi decisivi e inoppugnabili. Gesù non ha mai fatto una precisa dichiarazione a proposito. Non voglio inoltrarmi in disquisizioni teologiche, perché non ho la competenza adatta, però posso osservare la questione da un punto di vista pratico ed economico.

La regola del celibato è stata forse determinata dal buon senso, da una scelta di opportunità pratica?

Facciamo una simulazione e vediamo cosa potrebbe succedere eliminando la regola del celibato dalle istituzioni religiose.

Ora i preti si accontentano di vivere in una cameretta della canonica, attigua alla chiesa. Per i pasti e il tempo libero usano gli ambienti comuni. Non hanno l’angoscia del proprio futuro e della vecchiaia, perché sanno che potranno usufruire di questi servizi finché saranno in vita. Quando saranno vecchi e malati, ci saranno degli istituti appositi e delle persone che li accudiranno. Non sono costretti a preoccuparsi della pensione e non devono accumulare denaro per il futuro. Il ricavato dell’elemosina, raccolte durante la Messa, o nelle varie iniziative di solidarietà, può essere completamente utilizzato per i poveri, e per la manutenzione e le attività della Chiesa, perché le necessità personali del prete sono veramente limitate. Non è necessario eseguire nessuno “storno”. Il prete non cederà mai alla debolezza di rubare perché non ha alcuna necessità. Teoricamente il prete vive, o dovrebbe vivere, con il contributo e l’elemosina dei fedeli. Anche se l’istituzione del Vaticano, in tutti questi secoli, ha accumulato enormi ricchezze, che potrebbero permettere di mantenere tutta l’organizzazione.

Concedere a un prete di sposarsi significa che potrà crearsi una famiglia composta da moglie e figli, e avere di conseguenza anche tutti i vantaggi e i problemi che ne derivano.

Il tempo che il sacerdote potrà dedicare alla parrocchia sarà senz’altro ridotto, perché una parte di esso dovrà essere riservato alla propria famiglia. I figli e la moglie avranno le loro esigenze: lo studio, le malattie, le ferie al mare, i giocattoli, i vestiti all’ultima moda, il parrucchiere, le gite fuori porta la domenica.

Non basta più una cameretta, ma è necessario un appartamento con due o tre camere, completamente arredate. Le spese di mantenimento, luce, gas, telefono, riscaldamento salgono alle stelle, più in alto delle preghiere.

E’ necessario pensare anche alla pensione, al mantenimento della coppia quando non ci sono più le forze, alla reversibilità in caso di vedovanza.

Con le somme raccolte con l’elemosina, oltre ai vestiti per i poveri, occorre finanziare anche la playstation per il figlio. Considerando la riduzione del tempo a disposizione per la comunità parrocchiale, per assolvere gli stessi servizi, potrebbe essere necessario ricorrere a un secondo sacerdote.

Considerando tutto, la scelta di revocare il celibato per i preti, potrebbe aumentare i costi per i fedeli di circa 10 volte.

Se i parrocchiani non sono abbastanza generosi, da coprire tutte le spese, le autorità ecclesiastiche saranno costrette a ricorrere all’aiuto finanziario dello Stato. Questa evenienza produce come conseguenza una limitazione dell’autonomia ecclesiastica, finendo con il generare una religione di stato.

Il celibato, quindi, dal punto di vista pratico, è una soluzione economica molto conveniente, perché permette di utilizzare il personale al massimo, con il minimo delle spese. I giovani che accettano questi vincoli, per entrare nel mondo ecclesiastico, sono anche quelli che hanno la vocazione più intensa, e sono quindi veramente i migliori. Provoca, indirettamente, una grossa selezione all’ingresso. Se non ci fosse il vincolo del celibato senz’altro ci sarebbe la fila all’ufficio delle assunzioni.

Nonostante il celibato ci sono stati, specialmente in passato, quando le necessità erano molto stringenti, molti seminaristi per convenienza, che sfruttavano l’istituzione per studiare e avere un impiego sicuro e a vita. Negli anni successivi tali personaggi hanno poi disonorato la propria toga e creato gravi danni all’immagine della Chiesa.

Forse è meglio avere qualche sacerdote in meno, ma di qualità, piuttosto che abbondare con persone che non hanno una vera vocazione per svolgere una funzione così delicata e impegnativa.

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Commenti»

1. free ps3 emulator - 21 maggio 2013

Fascinating… How can you tell it?

2. Anonimo - 22 novembre 2013

bell’articolo e molto interessante condivido le tue utlime parole di avere qualche sacerdote in meno piuttosto


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